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Regione FRIULI-VENEZIA GIULIA

Capoluogo: Trieste

Scheda

 
Stemma della regione Friuli-Venezia Giulia
  • Superficie: 7.855,21 Kmq
  • Abitanti: 1.230.936
  • Densità: 156,70 ab./Kmq
  • Codice ISTAT: 06
  • Numero province: 4
  • Numero comuni: 218
   

Regione Friuli-Venezia Giulia - Storia

I primi abitatori della regione furono popolazioni di origine preindoeuropea, i liguri, ai quali si sovrappose uno strato indoeuropeo chiaramente assegnabile, come attestano anche i rinvenimenti archeologici e le testimonianze epigrafiche, ai veneti. La continuità spaziale tra gli insediamenti veneti dei castellieri giuliani e quelli propriamente veneti fu poi interrotta, nel V secolo a.C., dall’invasione dei carni, una popolazione di origine celtica discesa in Italia attraverso le Alpi e, quindi, stabilmente insediatasi nella regione. Agli inizi del II secolo a.C. una nuova pressione celtica indusse i veneti a chiedere, nel 186 a.C., l’intervento dei romani, che, respinti i galli, nel 181 a.C., fondarono la colonia di Aquileia. La presenza romana ebbe notevoli conseguenze: scoraggiò nuovi tentativi d’invasione, diffuse in tutta la regione la civiltà di Roma e fece di Aquileia una delle città più floride dell’impero. La fondazione delle colonie di FORUM IULII, CONCORDIA, IULIUM CARNICUM, sedi di milizie stanziali, agì inoltre come centro di attrazione attraverso cui si compì la romanizzazione linguistica della regione. Con l’estendersi del dominio di Roma lungo le valli friulane ebbero nuova sede le antiche mulattiere: in particolare la VIA IULIA AUGUSTA, che, costeggiando il LACUS FRIGIDUS (Aidussina), saliva al valico di Nauporto. Nella seconda metà del secondo secolo a.C. i romani, guidati dai consoli Marco Livio Druso e Marco Minucio Rufo, si scontrarono con i daci, popolazione della Tracia di cui dà notizia anche Erodoto, sconfitti definitivamente solo nel 74 a.C. da Caio Scribonio Curione. Respinti da Augusto sul Danubio, durante il regno di Domiziano invasero la Mesia, ridotta a provincia romana da Traiano. Notevoli resti di strutture urbane e di monumenti pubblici testimoniano l’importanza assunta dalla regione in epoca romana; al IV secolo d.C. datano, invece, i mosaici della basilica di Teodoro, i più vasti mosaici pavimentali dell’Occidente. Dopo lunghi secoli di pace, nella prima metà del V secolo d.C., Aquileia cadde sotto l’assalto devastatore degli unni guidati da Attila: da quel disastro la città non si risollevò più anche se il suo nome restò illustre non solo per la gloria del passato ma anche, e soprattutto, per l’importante sede patriarcale che, costituitasi già intorno al III secolo d.C., si era andata rapidamente affermando come uno dei maggiori centri metropolitani d’Italia. Caduta Aquileia, fu un altro CASTRUM romano, FORUM IULII (l’odierna Cividale), a diventare la capitale e il centro della prima espansione longobarda. Nel VII secolo gli avari ebbero un breve periodo di sopravvento. Alla caduta di Desiderio molti longobardi del Friuli, guidati da Rotgaudo, dopo aver tentato inutilmente di ribellarsi, si rifugiarono in Baviera o presso gli avari. Nella regione, organizzata come marca, Cividale si trasformò in semplice contea compresa nella marca di Verona, che fu poi annessa da Ottone I alla marca di Carinzia. Cividale conserva notevoli resti dell’arte e dell’architettura longobarde, nelle quali è evidente una persistenza di elementi e schemi classici, che sopravvissero anche nella successiva architettura romanica, assorbita in modo più formale che sostanziale. L’arte gotica manifesta invece una singolare commistione di elementi locali, veneti e nordici, che ha gli esempi più significativi nelle cattedrali di Spilimbergo, Pordenone e Udine. Nel 1077, in piena lotta per le investiture, Enrico IV concesse alla chiesa di Aquileia l’investitura ducale del Friuli, cui più tardi aggiunse la Carniola. Ebbe così inizio la vita indipendente dello stato aquileiense, vita tutt’altro che pacifica, insidiata da Treviso, dai conti di Gorizia e dai duchi d’Austria. Lo stato di tensione degenerò in una guerra e Venezia, chiamata in causa, approfittando delle rivalità esistenti, alla morte dell’ultimo conte di Gorizia, tese all’unificazione della regione in funzione antiasburgica, aggiungendovi le terre goriziane. Aveva così termine il dominio patriarcale (1077-1420) e iniziava quello della repubblica di Venezia, che durò fino al 1797: fu questo un lungo periodo di pace di cui beneficiò tutta la regione, in particolare i contadini e le classi borghesi. Durante il Rinascimento l’arte di Venezia si irradiò in tutta la regione anche grazie alla presenza di architetti come il Palladio e Giovanni Pontano e all’importazione di opere di grandi pittori veneti. Sorse così una scuola di pittura che ebbe il suo più insigne rappresentante in Antonio Pordenone, il massimo artista friulano. L’influenza veneziana perdurò nel Seicento e nel Settecento: larga attività svolsero pittori come il Tiepolo e il Guardi. Nel 1797 il Friuli e l’Istria passarono all’Austria: fu in quel periodo che iniziò il rapido sviluppo di Trieste, grazie soprattutto al suo attivissimo porto. La guerra del 1866 portò i confini nord-orientali d’Italia alla linea Isonzo-Iudrio-Ansa: fu così compresa nel regno la provincia di Udine mentre il resto della regione rimase all’Austria. Tale situazione perdurò fino alla fine della prima guerra mondiale, durante la quale si combatterono aspre battaglie lungo il corso dell’Isonzo: le truppe italiane tentarono di forzare le postazioni austro-ungariche sul Carso e sui monti che dominavano Gorizia. Le forze italiane dopo altissime perdite in undici battaglie riuscirono a occupare l’altopiano della Bainsizza fino alle pendici del monte San Gabriele, il monte San Marco, il Dosso Faiti e Castagnevizza fino all’Hermada. L’ultima battaglia coincise con la ritirata in seguito allo sfondamento del fronte italiano a Caporetto. Durante il secondo conflitto mondiale, e soprattutto al termine della guerra, si verificarono fra italiani e slavi contrasti alimentati dall’irredentismo. Il trattato di Parigi del 1947 assegnò alla Iugoslavia le province di Fiume e Pola e gran parte di quelle di Gorizia e Trieste: il Carso, teatro di violente stragi (innumerevoli quelli che furono gettati nelle foibe) verso la fine del conflitto, passò quasi tutto alla Iugoslavia. Fu inoltre costituito il Territorio Libero di Trieste, che fu diviso in Zona A e Zona B, affidate rispettivamente all’amministrazione del governo militare alleato e a quella iugoslava. Con l’accordo del 1954 tra italiani e iugoslavi la Zona A passò all’amministrazione italiana, finché il trattato di Osimo, nel 1975, sanzionò questo stato di fatto. Dal 1968 alle provincie di Trieste, Udine e Gorizia fu inoltre aggiunta quella di Pordenone. Nel maggio del 1976 una violenta scossa di terremoto, cui poi ne seguirono altre di varia intensità, causò circa 1.000 morti ed estese distruzioni in una vasta area del Friuli; tra i comuni danneggiati vi furono Gemona, Buia, Cormino, Lusevera, Sequals, Farla, Tarcento, San Daniele, Pinzano, Vito D’Asio, Castelnuovo, Colloredo, Osoppo, Artagna, Pradielis, Magnago, Majano, Forgaria, Venzone. A differenza di quanto era accaduto nell'area del Belice e in altre località terremotate, la ricostruzione fu rapida e completa.

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