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Regione ABRUZZO

Capoluogo: L'Àquila

Scheda

 
Stemma della regione Abruzzo
  • Superficie: 10.795,12 Kmq
  • Abitanti: 1.334.675
  • Densità: 123,64 ab./Kmq
  • Codice ISTAT: 13
  • Numero province: 4
  • Numero comuni: 305
   

Regione Abruzzo - Storia

La scoperta della complessità e della ricchezza dell'Abruzzo preistorico e preromano è conquista piuttosto recente. Per lunghissimo tempo, infatti, l'accento è caduto sulle vicende dei suoi borghi e castelli medievali, all'ombra di potenti abbazie e di grandi feudatari, o sull'esodo biblico dei pastori sulle vie dei tratturi. Solo a partire dagli anni Ottanta le necropoli di Alfedena, Amplero (Collelongo), Barrea, Campovalano (Campli), Celano, Penna Sant'Andrea e Schiavi di Abruzzo -solo per citare le principali- sono divenute oggetto di assidue campagne di scavi e si è delineato l'antico assetto della regione, popolata da tribù in gran parte emigrate dall'Italia centrale: i sabini, i marsi, gli equi, i peligni nell'Aquilano, nella Marsica e nella Valle Peligna; i pentri e i caracini nell'alta valle del Sangro; i vestini fra l'Appennino e il mare Adriatico; i pretuzii e i picenti nel Teramano; i marrucini fra i fiumi Pescara e Foro, i frentani nella parte centro-meridionale della circoscrizione chietina. Benché di indole fiera e bellicosa, alcuni di questi popoli si allearono con Roma fin dal 304 a. C. e non opposero resistenza alla deduzione delle colonie né alla costruzione della strada consolare Tiburtina Valeria, rivelatasi ben presto un potente veicolo di civiltà, progresso e benessere per gli insediamenti allineati lungo il suo tracciato. La riorganizzazione amministrativa dell'Italia voluta da Augusto operò una divisione del territorio abruzzese: la parte settentrionale, grosso modo corrispondente alla circoscrizione teramana, fu aggregata alla V REGIO, il Piceno, mentre il resto formò, con alcune zone limitrofe del Lazio e del Molise, la IV REGIO, detta SABINA ET SAMNIUM. Le divisioni interne e i contrasti erano destinati ad acuirsi con il crollo dell'impero romano: un popolo senza più nome né precisa identità si piegò all'invasione dei goti e a quella dei longobardi, i quali si spartirono il territorio dell'Abruzzo creandovi gastaldati e contee e annettendone la maggior parte al ducato di Spoleto -solo la contea di Teate entrò a far parte del ducato di Benevento-. Fu poi la volta dei franchi, che soppiantarono completamente i precedenti invasori sterminandoli e fondendosi con i superstiti, mentre procedeva lenta e incisiva la diffusione dell'ordine benedettino, custode e portatore di cultura materiale e spirituale ma soprattutto colonizzatore del suolo abruzzese per conto di alcune potentissime case religiose (abbazie di Montecassino, di San Clemente a Casauria e di San Vincenzo al Volturno). Nel quadro politico venutosi così a delineare alle soglie del basso Medioevo avvennero ancora radicali mutamenti, accompagnati dalle vicende di guerra e distruzione che normalmente precedono l'avvento di una nuova dominazione: giunsero i normanni -Ruggero II completò la conquista dell'Abruzzo nel 1140- e poi gli Svevi con Federico II, che distrusse innumerevoli castelli ed altri, fra cui forse anche L'Aquila, ne fece edificare sotto il suo controllo; sempre per sua volontà le divisioni amministrative esistenti si ricomposero all'interno dello JUSTITIERATUS APRUTII, coincidente con il territorio dell'attuale regione. Ma dopo che Carlo d'Angiò ebbe sconfitto nei Piani Palentini, nei pressi di Scurcola Marsicana, l'ultimo erede della dinastia sveva, Corradino, la tendenza all'accentramento della vita politica e sociale si attenuò, il giustizierato fu diviso in due parti seguendo il corso del Pescara e si aprì un'era di intensi traffici fra l'Italia centro-settentrionale e il regno di Napoli, preparata dai fermenti dei secoli precedenti -l'Abruzzo era attraversato dalla più importante via di comunicazione longitudinale attraverso la penisola, che si faceva strada fra le sue montagne toccando i comuni di L'Aquila e di Sulmona-. Il benessere economico si accompagnò al fiorire delle arti: i Valignani a Chieti, i Cantelmo a Popoli, gli Orsini a Tagliacozzo, i Piccolomini a Celano fecero edificare monumenti di eccezionale pregio architettonico destinati a sfidare il logorio del tempo. Il governo degli ultimi Angioini, in lotta con gli Aragonesi al principio del Quattrocento, fu funestato da gravi calamità naturali e dalle scorrerie dei capitani di ventura (Muzio Attendolo Sforza e il figlio Francesco Sforza, Braccio da Montone), che insidiarono i principali centri della regione (L'Aquila e Teramo) portandovi fame e distruzione. Alfonso V d'Aragona ebbe infine la meglio e ripristinò l'ordine fino ad un nuovo turbine di eventi che sconvolse l'Italia intera sullo scorcio del XV secolo. Quando il re di Francia Carlo VIII discese la penisola, effimero trionfatore, si accese l'entusiasmo dei comuni abruzzesi, infiammati da un'illusione di libertà, ma con il successivo avvento della dominazione spagnola ebbe piuttosto inizio una fase di decadenza, destinata a protrarsi dal XVI al XVIII secolo fra la burocrazia imperante, il ristagno delle attività intellettuali, il declino dei traffici commerciali e vani tentativi di rivolta. In questo lasso di tempo una delle due entità amministrative create dagli Angioini, quella ULTRA FLUMEN PISCARIAE, fu divisa in due parti e nacquero l'Abruzzo Ulteriore I e II, grosso modo coincidenti con le province di L'Aquila e di Teramo. Nel 1707 gli austriaci tolsero agli spagnoli il dominio dell'Italia meridionale ma ne furono a loro volta privati, nel 1734, da Carlo di Borbone; alla corte di quest'ultimo e dei suoi successori si diffusero le idee illuministiche, a cui illustri personaggi abruzzesi diedero un contributo fecondo (fra i molti altri l'abate Ferdinando Galiani da Chieti e Melchiorre Delfico da Teramo) prima che avesse inizio l'ottusa repressione del regime borbonico. Nel corso del XIX secolo molti comuni abruzzesi diedero un apporto decisivo alla causa risorgimentale: fra gli episodi legati all'unificazione della penisola spiccano i moti rivoluzionari di Penne e il lungo assedio della fortezza di Civitella del Tronto da parte delle truppe piemontesi. Sullo scorcio del secolo la neonata monarchia italiana intervenne in Abruzzo con la repressione del fenomeno del brigantaggio e con la creazione di importanti infrastrutture di comunicazione. Il Novecento si è aperto all'insegna dello spopolamento e dell'emigrazione collegata alla crisi dell'economia agro-pastorale basata sulla transumanza. Gli abruzzesi in cerca di lavoro scoprirono allora l'America mentre i giovani desiderosi di istruzione si sparpagliarono nelle maggiori città italiane. Le due guerre mondiali si sono abbattute su queste genti lasciandole duramente provate ma avide di riscatto: molti continuarono ad emigrare anche nel secondo dopoguerra ma molti altri restarono, inaugurando fra mille difficoltà una nuova fase di sviluppo economico, sociale e culturale.      

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