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ITALIA

Capitale: Roma

Scheda

 
Stemma dell'Italia
  • Superficie: 301.329,91 Kmq
  • Abitanti: 60.045.068
  • Densità: 199,27 ab./Kmq
  • Numero regioni: 20
  • Numero province: 110
  • Numero comuni: 8.100
   

Nazione Italia - Storia

La Preistoria. La penisola italiana è abitata da sempre, come dimostrano gli studi archeologi; nel periodo neolitico in particolare, sul territorio si sarebbero distinti due gruppi etnici appartenenti alle popolazioni mediterranee o preindoeuropee: i Siculi e i Liguri. Italiche vennero denominate le popolazioni preromane insediatesi lungo la dorsale appenninica e di cui restano tracce risalenti all'età del bronzo o alla prima età del ferro: i Veneti, gli Umbri, i Piceni, i Sabini, i Vestini, i Marsi, i Peligni, gli Japigi, gli Osci, i Latini, i Sanniti, solo per citare i gruppi principali. I confini geografici e cronologici di questi insediamenti umani non risultano stabili in modo definitivo, ma almeno per alcuni ceppi sono accertati legami profondi con le popolazioni indoeuropee protagoniste di grandi migrazioni verso la penisola balcanica nel II e nel I millennio a. C. Nella prima età del ferro si affermava nella penisola un popolo caratterizzato dalla pratica funeraria dell'incinerazione: i Villanoviani, così definiti perché a Villanova, presso Bologna, ne sono state rinvenute le tracce più consistenti. I Villanoviani faranno sentire il loro influsso soprattutto in quelle regioni in cui la civiltà è meno sviluppata (Lazio, Toscana) importando nel Lazio la lingua latina. La cultura villanoviana sembra aver avuto un ruolo importante, secondo alcuni storici, nella formazione della civiltà etrusca, la più importante civiltà preromana le cui origini restano avvolte dal mistero.

Le popolazioni latine, attraverso lunghi e in parte ancora ignoti processi di interazione, entrarono in contatto con le culture dei Villanoviani -nel Lazio concentrati nell'area dei Colli Albani- degli Etruschi e dei Greci insediati nella parte meridionale della penisola; il mare, che nell'antichità rappresentava un mezzo di comunicazione anziché un elemento di separazione, favorì gli scambi contribuendo alla fusione di alcune comunità in centri urbani che svilupparono poi istituzioni politiche su modelli ispirati dagli Etruschi e dai Greci.

La civiltà romana. Seguendo un processo di questo tipo nacque la città di Roma, su un territorio abitato fin da epoca immemorabile: gruppi di Albanses (villanoviani abitatori dell'antica Alba Longa, sui Colli Albani) andarono a stabilirsi in pianura unendosi alle comunità già ivi stanziate; dalla fondazione di Roma, che tradizionalmente viene fatta risalire al 753 a. C., inizia un processo di omologazione ed unificazione politica, culturale e linguistica che condizionerà le sorti di tutta la penisola e di buona parte del continente europeo.

All'inizio è la dominazione etrusca, spintasi fino alla Campania, a condizionare il primo sviluppo delle istituzioni politiche e della strutture urbanistica e militare della nuova comunità. Roma è retta da una monarchia che tramonta con il crepuscolo della potenza etrusca : le fa seguito un regime repubblicano, a partire dal 509 a. C., ispirato alle forme istituzionali delle poleis greche. La città espande il suo dominio nell'Italia centromeridionale sconfiggendo la lega latina nel 494 nella battaglia del lago Regillo; sbaragliando i Sanniti nel 295 a. C.; vincendo la resistenza di Taranto con la sconfitta dell'esercito di Pirro nel 275 a Benevento.

La potenza emergente di Roma doveva ben presto scontrarsi con quella di Cartagine, la prima potenza economica e militare del Mediterraneo occidentale. Con le guerre puniche, combattute dal 264 al 202 a. C. e chiusesi definitivamente con la battaglia di Zama, i Romani avviano la definitiva conquista del Mediterraneo, ottenuta con i successi militari conseguiti contro la Macedonia e la Siria. L'espansione romana si completerà con le conquiste della Gallia (l'attuale Francia) e dalla spagna. Le istituzioni repubblicane, non più in grado di reggere le sorti di un impero tanto vasto, vengono progressivamente sostituite da forme di governo che concentrano il potere nelle mani di un solo uomo: è il periodo di Giulio Cesare, di Marco Antonio e soprattutto di Ottaviano Augusto, che segna il passaggio dalla repubblica al principato. Proprio sotto Ottaviano si compie una riforma che porta alla nascita di circoscrizioni amministrative che ricordano in parte quelle attuali: l'Italia venne infatti divisa in undici regioni e le città di Roma in quattordici quartieri.

Dall'età del principato, segnata dal difficile contemperamento di interessi tra il principe e la classe senatoria, restano le figure di Caligola, Nerone, Vespasiano e Traiano, che portò l'impero alla sua massima espansione; nel III secolo d. C. Roma controllava l'intero bacino del Mediterraneo ed i territori imperiali si estendevano dalla Spagna al Mar Nero, dal Nord Africa alla Gran Bretagna.

Il declino dell'impero romano. Con l'imperatore Marco Aurelio inizia il declino economico e militare di Roma, accompagnato dalla pressione dei barbari (popolazioni germaniche). Aumenta il potere dell'esercito, gratificato con provvedimenti che comportano oneri elevatissimi scaricati sulla popolazione, già provata da una crisi economica molto pesante; il principe diventa ''dominus'', monarca assoluto al vertice di una struttura gerarchica piramidale realizzata con le riforme di Diocleziano: l'impero viene diviso in quattro prefetture, a loro volta divise in dodici diocesi e numerose province.

Il fulcro dell'impero si sposta sempre più da Roma dall'Italia verso oriente, perché le province più orientali hanno assunto con il passare del tempo un ruolo prevalente.

Costantino prosegue nell'opera del predecessore spostando addirittura la capitale dell'impero da Roma a Bisanzio, sul Bosforo, e ribattezzando per l'occasione la città col nome di Costantinopoli. Sempre sotto Costantino si realizza un altro precedente storico destinato a condizionare l'identità della popolazione: a dispetto delle persecuzioni operate da Decio e dallo stesso Diocleziano, il cristianesimo si era diffuso fino a diventare religione di massa; Costantino, con l'editto di Milano del 313, concede a tutto il popolo libertà di culto, legittimando il cristianesimo ed accattivandosi il sostegno della gerarchia ecclesiastica. Il rapporto tra Stato e Chiesa condizionerà da allora ogni epoca storica lasciando tracce ancora oggi evidenti.

La divisione dell'impero ed i regni romano-barbarici. I popoli germanici intanto hanno fatto il loro ingresso all'interno dei confini dell'impero e germanici sono molti esponenti dell'esercito e della burocrazia statale; di fronte all'impossibilità di gestire un territorio tanto vasto con un'organizzazione statale unitaria, alla morte dell'imperatore Teodosio nel 395 l'impero viene diviso in due parti: l'Impero Romano d'Occidente e l'Impero Romano d'Oriente.

Le grandi migrazioni di popoli nell'Europa continentale porteranno, nell'Impero Romano d'Occidente, alla nascita di regni romano-barbarici; gli Unni di Attila e soprattutto i Visigoti di Alarico sfondano le linee difensive dell'Impero a nord e nel 410 mettono a sacco la città di Roma, che sarà occupata nel 455 dai Vandali di Genserico. La dominazione dei barbari (Visigoti, Svevi, Vandali, Burgundi, Franchi, Ostrogoti), che pone fine all'epoca romana inaugurando il Medioevo con la destituzione di Romolo Augustolo nel 476 ad opera di Odoacre, è caratterizzata dalla compresenza di istituzioni giuridiche romane accanto alle leggi di ciascun popolo occupante. Proprio questa conservazione degli istituti giuridici romani rappresenta il filo conduttore che ha permesso il retaggio di gran parte della civiltà romana alle attuali nazioni dell'Europa continentale; diversamente il succedersi di regni germanici portatori di proprie tradizioni avrebbe probabilmente innescato fenomeni di contaminazione capaci di dare al corso della storia una diversa direzione.

Il consolidamento delle dominazioni nordeuropee. L'unico tentativo di contrastare l'affermarsi delle dinastie germaniche ricomponendo l'Impero d'Occidente si deve a Giustiniano, imperatore d'Oriente che sconfisse i Vandali nel 554 e gli Ostrogoti nel 555, ma la discesa dei longobardi in Italia nel 568 con il Re Alboino pone fine anche a questo ultimo periodo. La dominazione longobarda non interessò l'intera penisola: rimasero ai bizantini i territori costieri del nord-est, la Liguria, la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Puglia, la zona compresa tra Amalfi e Napoli, la regione di Roma ed un corridoio che la univa a Ravenna. Si individuano così divisioni territoriali importanti: quella tra la pianura Padana e la regione adriatica fino ad Ancona e quella nell'Italia centrale.

Nel 728 il re longobardo Liutprando dona alla Santa Sede il castello di Sutri: è l'ufficializzazione del potere temporale della Chiesa.

Il rapporto tra Stato e Chiesa fu particolarmente evidente con il regno romano-barbarico dei Franchi, inaugurato nel 774 con la sconfitta dei Longobardi a Pavia; il regno franco fu senz'altro il più stabile, malgrado le invasioni e incursioni ad opera di Normanni, Saraceni e Ungari; gli arabi, in particolare, iniziano la conquista della Sicilia nell'827, durante la dinastia carolingia; saranno cacciati dai pisani nel 1015.

L'undicesimo secolo si caratterizza per una vistosa crescita demografica in tutta l'Europa e per l'affermarsi di un rinnovata cultura militare che porta, in Campania, alla nascita del primo principato normanno nel 1029. I Normanni conquisteranno i possedimenti bizantini, determinando la fine della loro presenza in Italia e, nel 1091, la Sicilia.

L'età dei Comuni. La crisi della dinastia carolingia segnò anche la fine del modello organizzativo dello stato che contava su una solida struttura piramidale in grado di controllare il regno; si affermarono entità amministrative, giuridiche e territoriali minori: le signorie feudali (integrate nel regno normanno con una serie di funzionari regi) ed i comuni, sviluppatisi soprattutto nell'Italia centro-settentrionale attorno ai centri urbani grazie all'affermarsi della borghesia mercantile e dell'aristocrazia militare.

Questi ultimi assunsero talora i caratteri di vere e proprie città-stato, su cui si affermarono spesso signorie celebri che prosperano fino al XV secolo; nell'Italia meridionale invece sopravvisse una forma di integrazione tra strutture imperiali e baronie feudali. Alla dinastia dei Normanni seguirono gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi, che verso la metà del XV secolo controllavano il Regno di Napoli e la Sicilia.

La pace di lodi (1454) pose fine ad un periodo turbolento per il nord della penisola fissando i criteri della politica di equilibrio tra gli stati. Si distinguevano, da nord a sud: il Ducato di Savoia, il Ducato di Milano, i domini estensi, le Repubbliche di Venezia, Genova, Lucca, Firenze e Siena , lo Stato della Chiesa ed il Regno di Napoli; Sicilia e Sardegna facevano parte del regno d'Aragona.

Dal Medioevo all'Età moderna. Con questa disposizione territoriale l'Italia usciva dal Medioevo accompagnata dai prodromi del Rinascimento, che riassume i valori della civiltà umanistica raggiungendo il suo acme dopo la morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico. Nel periodo che segue, la penisola diventa terra di conquista per gli eserciti dei grandi stati unitari, la Francia e la Spagna: i francesi conquistano Milano nel 1499, gli spagnoli si impadroniscono di Napoli nel 1504.

I conflitti, che insanguinano l'Europa nel Seicento, e i successivi riassestamenti dei rapporti tra le grandi potenze continentali interessano in modo profondo anche l'Italia: con la pace di Utrecht del 1713 Milano e Napoli passano all'Austria e si afferma il regno sabaudo, che esplicherà un ruolo determinante nel processo di unificazione.

La seconda metà del Settecento segna un periodo di relativa stabilità che vede l'Austria controllare i ducati di Milano e Mantova ed il Granducato di Toscana, frutto dell'espansione della Repubblica Fiorentina; gli Spagnoli controllano invece il Regno di Napoli, separati dai domini austriaci dallo Stato della Chiesa, esteso sul Lazio, l'Umbria, le Marche e la Romagna.

Dalla Rivoluzione francese al Risorgimento. L'apparente solidità di questo equilibrio viene sconvolta dall'invasione napoleonica che porta nel 1806 tutta la penisola sotto il controllo dell'imperatore dei francesi, determinando altresì la fine del Sacro Romano Impero.

Dopo il Congresso di Vienna (1814-15) si apre l'era della restaurazione delle monarchie assolute che divide l'Italia con il Regno di Sardegna (Piemonte, Liguria, Sardegna) sotto la dinastia sabauda, i Ducati di Parma e Piacenza, Lucca, Modena, il Granducato di Toscana ed il Regno lombardo-veneto sotto controllo austriaco, lo Stato della Chiesa (Romagna e parte dell'Emilia, Marche, Umbria, Lazio) con la restaurazione dell'autorità pontificia ed il Regno delle due Sicilie (Abruzzo, Molise, parte del Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) sotto Ferdinando IV di Borbone.

Le idee della Rivoluzione francese avevano tuttavia lasciato traccia nella borghesia italiana che, affidandosi al pensiero liberale e all'azione della carboneria e della ''Giovane Italia'' di Giuseppe Mazzini, avviò il processo rivoluzionario teso alla cacciata dei sovrani assoluti e alla promulgazione di costituzioni liberali negli stati italiani in vista dell'unificazione nazionale. I primi moti insurrezionali partirono nel 1821 da Napoli e dal Regno di Sardegna per estendersi nel 1830 a Modena, alla Romagna e alle Marche. Dopo gli iniziali successi, i moti furono repressi dalla potenza austriaca che dovette fronteggiare una nuova, imponente iniziativa nel 1848 (prima guerra d'indipendenza).

L'unificazione. Nel 1857, per iniziativa di Cavour, il Piemonte assunse un ruolo di leadership trasformando il moto rivoluzionario in un'azione politica e diplomatica internazionale . Stretto un accordo con Napoleone III, l'esercito piemontese scese in campo contro l'Austria al fianco dei francesi nella seconda guerra d'indipendenza (1859) che portò alla liberazione della Lombardia avviando il processo di unificazione; l'iniziativa piemontese da nord e quella di Giuseppe Garibaldi da sud portarono all'annessione al Piemonte dell'Emilia e della Toscana l'11 - 12 marzo 1860, cui fecero seguito l'annessione del Regno delle due Sicilie il 21 ottobre e quella delle Marche e dell'Umbria, tolte al papato, il 4 e 5 novembre.

Il 17 marzo 1861 veniva proclamato il Regno d'Italia, cui mancavano ancora il Veneto (annesso alla fine della terza guerra d'indipendenza, nell'ottobre 1866) e quel che restava dello stato Pontificio, caduto con la presa di Roma ad opera dei bersaglieri regi il 20 settembre 1870.

Nei primi anni di vita il nuovo stato unitario dovette affrontare i problemi legati a secoli di frammentazione avviando l'opera di omologazione dei sistemi monetari e legislativi, delle infrastrutture di trasporto e degli ordinamenti militari dei vecchi Stati preunitari; al governo del Paese si alternano la Destra storica e la Sinistra di Agostino Depretis.

Nel 1878 a Vittorio Emanuele II successe Umberto I sul trono d'Italia e quattro anni più tardi venne stretta la Triplice Alleanza tra Italia, Germania e Austria - Ungheria; l'opera di realizzazione delle infrastrutture aveva portato ad un modesto miglioramento delle condizioni di vita ed economiche al nord, ma il Paese versava in gravi difficoltà economiche che portarono ad un massiccio fenomeno emigratorio, soprattutto verso le Americhe, in seguito al quale si sono formate numerose ed estese comunità di italiani all'estero.

Gli anni a seguire vedono l'avvio di una politica coloniale con la conquista delle coste del Mar Rosso, L'avvento al potere della ''nuova Destra'' di Francesco Crispi e la nascita a Genova, nel 1892, del Partito dei lavoratori, poi Partito Socialista italiano. Nel 1912, anno dell'introduzione del suffragio universale maschile, con la conquista della Libia si completava la politica di espansione coloniale italiana nel Mediterraneo, resa possibile dagli accordi della Triplice Intesa conclusi nel 1887, che tuttavia erano costati la rinuncia alle terre irredente (Trento, Trieste, l'Istria e la Dalmazia) a favore dell'impero austro-ungarico.

Le guerre mondiali. Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, si fecero sempre più forti le pressioni sul governo per l'entrata in guerra al fianco di Francia, Russia e Gran Bretagna contro l'Austria; dopo mesi di incertezza, nel 1915, il primo ministro Giolitti credette alle pressioni interventiste impegnando l'esercito in un conflitto sanguinoso e logorante, che si risolse tre anni più tardi con la vittoria italiana favorita dal disgregarsi della potenza austro-ungarica. L'Italia ottenne Trento, Trieste e l'Istria ma uscì provata dalla guerra, come del resto quasi tutti i Paesi belligeranti, che si trovavano di fronte ad una crisi demografica (il conflitto era costato milioni di vite umane) ed economica senza precedenti, con la necessità di convertire l'industria, votata alle esigenze belliche. In un quadro generale di sbandamento ed abbruttimento dello spirito nazionale si affermò il partito fascista guidato da Benito Mussolini che ottenne dal Re Vittorio Emanuele III la carica di capo del governo nell'ottobre del 1922. Ben presto il fascismo mostrò la sua natura nazionalista ed autoritaria fino ad attuare un colpo di stato, il 3 gennaio 1925, con cui Mussolini sciolse i partiti di opposizione ed avviò una dittatura destinata a lasciare tracce indelebili nella coscienza nazionale del Paese.

Gli anni a seguire sono caratterizzati dalla campagna d'Etiopia (1935-36), dalla partecipazione alla guerra civile spagnola e soprattutto dal ''patto d'acciaio'' con la Germania del cancelliere Adolf Hitler, impegnato in una politica aggressiva che preparava il disastro della seconda guerra mondiale.

La guerra scoppiò nel 1939, l'Italia rientrò nel giugno del 1940 ma l'insuccesso delle operazioni provocò una scissione all'interno del Gran Consiglio del Fascismo che nel luglio del 1943 mise in minoranza Mussolini attribuendo al Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio la carica di primo ministro. Le forze armate tedesche occuparono la penisola avviando il periodo più buio della storia del regno, concluso solo con la liberazione ad opera delle forze alleate anglo-americane e la fine delle ostilità.

Il dopoguerra e la ricostruzione. Dopo la fine della guerra la ricostruzione vedeva protagonisti quanti si erano distinti nella resistenza armata delle divisioni partigiane che avevano combattuto l'esercito tedesco; il 1945 è l'anno della formazione del primo governo presieduto da Alcide de Gasperi mentre la comunità degli stati dà vita all'Organizzazione delle Nazioni Unite. L'anno successivo Vittorio Emanuele III abdica in favore di Umberto II ma la pessima prova data dalla corona nel periodo di maggiore difficoltà e l'accusa di connivenza con la dittatura fascista portano a plebiscito che il 2 giugno 1946 trasforma l'Italia in una repubblica parlamentare condannando la famiglia reale all'esilio. Un'assemblea Costituente riunisce poi le forze politiche del nascente stato repubblicano nella stesura della costituzione ancora oggi in vigore.

Gli anni difficili del dopoguerra danno la veste definitiva alla nazione italiana: si assiste al consolidamento del rapporto preferenziale con gli Stati Uniti d'America che attuano il cosiddetto ''piano Marshall'' di aiuti alla ricostruzione dell'Europa disastrata dal più terribile conflitto nella storia dell'uomo; si acquisisce l'ostilità tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, che porterà alla divisione del mondo in blocchi contrapposti. Nel 1948 si attua il blocco di Berlino (la costruzione del muro avverrà nel 1961), nel 1949 nasce la NATO e nel 1957 a Roma si conclude il trattato istitutivo della CEE: nel nuovo scacchiere europeo e mondiale la posizione dell'Italia si delinea con i limiti e le relazioni internazionali che ancora oggi la caratterizzano.

La ricostruzione dell'economia e del tessuto sociale, sconvolti dalla guerra, è destinata a durare per molti anni dopo la fine del conflitto: a partire dagli anni '50 cala rapidamente ed in misura consistente il tasso della popolazione attiva occupata nell'agricoltura mentre si espande l'industria edilizia che deve risollevare intere città rase al suolo dai bombardamenti. Questo fenomeno, in parte alimentato dalle rimesse degli emigrati, favorisce a sua volta nuovi fenomeni migratori dal sud al nord del Paese e determina l'affermazione della nuova borghesia imprenditoriale.

Nei primi anni '60 (sono gli anni del cosiddetto ''boom'' economico) si assiste ad una crescita evidente del benessere con la costruzione di un tessuto industriale composito ed articolato che porta il Paese vicino al pieno impiego della manodopera; la crescita tuttavia è avvenuta in modo disarmonico: il sud versa ancora in condizione di maggiore arretratezza economica e presenta livelli di reddito generalmente più bassi con un tasso di disoccupazione nettamente superiore alla media nazionale.

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