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Palazzo Gagliardi

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La Famiglia Gagliardi, di origine normanna, stanziatasi nel salernitano, passò in Provenza e da qui, al seguito di Carlo D’Angiò, a Cava dei Tirreni e poi a Monteleone, alla fine del 1400. Nel 1800, la famiglia ottenne anche il titolo di Marchesi di Panaya, concesso dal principe Fulco Ruffo di Scilla, avendo sua figlia Giuseppa sposato Luigi Gagliardi. Il loro stemma presenta due conchiglie rosse, una in campo, una in punta. In alcuni palazzi lo stemma presenta tre conchiglie. Alla fine del XVIII secolo, sull’area occupata precedentemente dalla Chiesa dei SS. Marco e Luca e poi dall’Ospedale degli infermi, sorgeva il primo palazzo Gagliardi, di dimensioni più ridotte e che aveva pregevoli pitture del Paparo e del Pagano. Nel 1860 vi soggiornò Giuseppe Garibaldi, come è ricordato da una lapide posta sull’attuale facciata. Il generale si affacciò da un balcone del palazzo per parlare alla folla che lo acclamava dalla piazza. L’Edificio venne demolito nel XIX secolo per dare posto ad un altro più grande (in un blocchetto di marmo è incisa la data 1870), per volontà del Marchese Enrico Gagliardi che lo volle adibire come dipendenza destinata esclusivamente alla rappresentanza ed agli illustri ospiti, riservando poi per sé e la sua famiglia il più piccolo palazzo, posto di fronte. La progettazione venne affidata all’architetto G.B. Vinci (artista locale a cui si deve anche palazzo di Francia). Fu donato nel 1952-53 all’Associazione per il mezzogiorno e, successivamente, (verso gli anni 70) passò al Comune della città, mentre la foresteria è stata poi acquistata dalla Provincia. Il palazzo di 2200 mq. si affaccia su piazza Garibaldi, ma, con il parco retrostante la proprietà, giunge fino alla chiesa dei Cappuccini. Il progetto del Vinci anticipa, qui, le forme lineari e pratiche dell’800: l’edificio si sviluppa su tre piani rivestiti da mattoncini; al piano terra presenta delle paraste a bugnato liscio sulle quali corre una piccola cornice marcapiano, su cui si impostano le ghiere modanate contenenti le aperture del piano ammezzato. L’effetto di insieme è di una fuga di arcate simmetriche interrotte dal portone d’ingresso che immette in una corte centrale (da qui la definizione di palazzo di corte). I balconi sono retti da mensole a riccio. Il parapetto, tagliato longitudinalmente per fare defluire l’acqua, presenta una lavorazione “a giorno” con pilastrini nella parte centrale e, ai lati, è definito da due paraste terminanti con due mensole che, a loro volta, reggono la trabeazione. Nella corte, uno scalone assiale “a giorno” di tipo napoletano, si biforca poi in due rampe simmetriche che conducono al primo piano dove si apre il vano di accesso al parco, ornato di statue, fontane, alberi secolari e percorso da viali delimitati da siepi. In effetti, la realizzazione del parco rispecchia fedelmente il progetto originale, mentre il palazzo non venne mai ultimato del tutto e ha perso, durante il terremoto del 1905 l’originale struttura a tre piani, ora ridotti a due. L’edificio di proprietà comunale, è stato restaurato recentemente ed è divenuto, con il passare degli anni, il palazzo della cultura per eccellenza della città: vi si svolgono mostre di vario genere, convegni, festival di libri e dell’editoria, concerti, spettacoli, arte, teatro.. Fonte: “ Vibo, antichi palazzi da riscoprire” , a cura degli alunni del Liceo Statale” V. Capialbi “ di Vibo Valentia- Coordinamento Prof.ssa Daniela Rotino

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